#invitieminimisforzi

 Come a molte persone che in qualche momento della loro vita hanno vinto un dottorato in qualche università italiana, mi è stato chiesto talvolta di tenere una comunicazione, una conferenza, o una “lecture” come si dice in inglese, che riguardasse il contenuto del mio progetto di ricerca; altre volte mi è stato chiesto invece di fare una lezione su materie di cui avessi comunque competenza.

 Ora, come ognun sa, quando si fa un dottorato e si percepisce un contributo mensile per borsa di ricerca, allora, va tutto bene, perché il lavoro che richiedono quelle comunicazioni, conferenze, lectures, lezioni, si ascrive alla pratica didattica e alla comunicazione scientifica, che possiamo considerare parte integrante del corso di dottorato; il problema si pone, però, quando un gentile invito vi arriva allorché il dottorato l’avete finito, e con esso il contributo mensile.

Il problema si pone ancor più allorché, oltre a dover impegnare un tempo di lavoro, nell’opera che vi è stata gentilmente richiesta, dovete metterci sopra un biglietto di Freccia Rossa andata e ritorno attraverso mezza Italia, per lungo; e quando, una volta arrivate, dovete pagarvi un ricovero. È allora che provate a considerare l’eventualità di accettare il gentile invito come una vacanza: una vacanza per cui dovreste prepararvi lavorando, per confezionare una lezione, e durante la quale dovrete lavorare, tenendo una lezione.  

Inutile dire che il contraccambio virtuale, costituito dal poter aggiungere una voce di curriculum, rappresentata da quella lezione, conferenza, comunicazione, non riveste mai un’importanza determinante, se avete ancora percezione dei dati di realtà, ma che è sempre più importante il rapporto di stima reciproca, oppure di stima e amicizia reciproche, che avete con la persona da cui proviene il gentile invito: insomma, me lo ha chiesto X, e perciò sarà, e di fatto è, una manifestazione di stima, anche quando vi siano rapporti di amicizia, e allora, che fare? Come rifiutare una tale attribuzione di merito? E va bene, sarà un lavoro non retribuito, non sarà una pubblicazione, ma per una volta, si può fare: si può fare l’esperimento “una tantum”.

Ed è a questo punto che incomincia il vostro bilanciamento precosciente tra impegno e risultato: avete a disposizione il vostro capitale, che è la vostra formazione (conoscenze e capacità) dovete solo impegnare la vostra forza lavoro, qualificata dalla disponibilità di quel capitale immateriale, e dovrete farlo usando gli strumenti materiali che avete a disposizione. Ma qui viene il bello, perché per risparmiare sul tempo di lavoro, dovrete accorciare il tempo di approvvigionamento degli strumenti materiali, e cioè farvi bastare quelli che avete a portata di mano: il vostro “personal computer” e i vostri libri, perché andare per biblioteche, per procurarvi immagini più belle e più grandi che pria, aumenterebbe il vostro tempo di lavoro.

Pertanto, prendete un pomeriggio, che per me, per esempio, comincia sempre non prima delle quattro e, tenendo come traccia il percorso logico e didattico che avete in testa, procedete a scansionare immagini dai libri della vostra biblioteca; s’intende che talvolta sarà la biblioteca cartacea, e talaltra quella digitale (anche qui, la priorità e la prevalenza dipendono da tempi di approvvigionamento: ricerca, individuazione, copia, adattamento). Orbene, vedrete che la cernita ulteriore e dipoi il montaggio di un “power point” vi prenderanno tutta la notte; ma non basterà, e pure nelle cinque ore di viaggio in treno continuerete montaggi, rimontaggi, testo, didascalie, animazioni. Certo, le immagini avrebbero potuto essere più belle, ma ci avreste messo molto più tempo: un tempo che non avevate. Certo la selezione del materiale esemplificativo avrebbe potuto essere più completa, più nutrita, o più equilibrata, ma ci avreste messo molto più tempo: un tempo che non avevate. Certo, gli effetti di animazione avrebbero potuto essere più attraenti,  ma ci avreste messo molto più tempo: un tempo che non avevate. Perché dovrete ricordarvi sempre che state lavorando “gratis et amore scientiae et amicorum”. E dunque, se il vostro pc sarà sopravvissuto indenne al viaggio in treno, balzellando sul piano ribaltabile, davanti alla vostra poltrona di un Frecciarossa saettante su sede ferroviaria attardata, potrete tirare un sospiro di sollievo, all’arrivo, pensando: devo solo rivedere, e poi sono pronta. Adesso però sarete prese dall’emozione della lochéscion, e alla vostra lezione ci penserete il giorno dopo.

Questa dinamica, così descritta, potrà innescarsi soltanto una seconda volta: ovvero, se qualche anno dopo sarete richieste, putacaso, di una bella presentazione delle vostre personali ricerche, e con finalità didattiche, ecco che cadrete di nuovo in tentazione, e non saprete resistere dall’intraprendere l’identico percorso. Perché? Ma perché questa volta penserete: ehhhh… ma questa qui la devo fare, e poi, dovrò soltanto cercare tra i millemila miliardi di materiali che ho usato per le mie ricerche, e che ho già pronti!!! E poi, ancora, come faccio a dire di no proprio a questa sì cara persona? Ahahahah. Stessa sceneggiatura: cambierà solo la qualità delle immagini in “power point”, perché saranno già le vostre.

  Il ciclo delle ripetizioni, però, avrà una fine e, se sarete fortunate, la fine sarà decretata dalla terza gentile richiesta, a patto che si verifichino circostanze favorevoli: massimamente favorevole è la circostanza del trovarsi in vacanza in luogo ameno, ove la richiesta vi sarà posta nei termini di un aiuto da prestare in emergenza; tuttavia, l’occasione vacanziera e la bella stagione vi faranno propendere per valutare come irrilevante la vostra adesione alla richiesta medesima. E tale valutazione, finalmente libera da pregiudizi, vi consentirà di declinare la gentile proposta, opponendo alla persona di cui avete stima ed amicizia immutate, un amichevole diniego, formulato nei termini di un registro altrettanto amichevole e che, in quanto tali, non sarebbe il caso di trascrivere in questo “vademecum”. Tutto si risolverà in bellezza e bontà, dato che, declinato l’invito, e deposti gli intenti didattici, ve ne andrete finalmente a cena in qualcuno dei tipici ristoranti del luogo, come spetta a chi si trovi in vacanza.

E pertanto, ora sì, che potremo concludere: all well that ends well!!!

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VADEMECUM TANGO #unaparolaallavolta

testa avorio 1

“STATUA”

1) Le statue si possono/devono abbattere?

, le statue si possono/devono abbattere, ma bisogna farlo subito, al momento dell’abbattimento del tiranno.  Le statue devono essere abbattute in tempo utile, alla “famo ‘na cosa de giorno”. Perché se le abbattete vent’anni dopo, non serve più.

Serve invece che in quei vent’anni spieghiate alle persone chi era il tiranno e che cosa aveva fatto nel corso della sua carriera di tirannide, e che abbiate processato e mandato in galera chi si era reso colpevole di crimini durante la tirannide.

2)  Dobbiamo/possiamo abbattere le statue che celebrano personaggi del passato con un profilo tirannico, oppure che hanno agito per conseguire scopi che giudichiamo da respingere in base alle nostre convinzioni culturali e alle nostre istituzioni giuridiche?

Dipende, dipende da tanti fattori:

NO, se quei personaggi se ne stanno nella storia e non agiscono più nelle menti delle persone viventi con noi in società: perché in tal caso non sono più in grado di influenzarne i modi di pensare, né di ispirarne comportamenti incompatibili con la nostra cultura e il nostro diritto;

SÌ, se quei personaggi ispirano ancora gruppi di persone ad agire contro i principi che reggono la nostra società: di questa casistica non ce n’è molta, però, proprio perché le statue di costoro sono state già abbattute, al momento della loro caduta.

E l’ispirazione trova altre strade, che non sono le statue.

Nel caso però ce ne fossero, come, ad esempio, capita per la società statunitense d’America, dove mi dicono che una statua di un generale sudista della guerra di secessione, considerato simbolo di strenua (e vana) difesa dello schiavismo, viene fatta oggetto di visite rituali, in un caso come questo, dicevamo, che si fa?

In quel caso si abbatte, senza tanti complimenti, perché in quel caso avrete individuato la statua giusta e il simbolo giusto, intorno a cui si coagula una persistenza nostalgica di istituzioni culturali e giuridiche da rigettare  (non è un obbligo essere d’accordo con l’autrice, se non la volete abbattere, non fatelo).

Per individuare la statua giusta e il simbolo giusto, però, le cose bisogna saperle, e capita che la gente non le sappia, spesso perché non ha potuto studiare abbastanza: è per questo che esistevano “gli intellettuali d’avanguardia”, che non li ha inventati Gramsci, ma che sono sempre esistiti nelle rivoluzioni, e che erano quelli che avevano studiato e perciò sapevano le cose, e che le dicevano a quelli che non avevano studiato, così che potevano azzeccare il bersaglio giusto, senza divagare qua e là sprecando tempo ed energie, e mancando pure il bersaglio giusto. Che purtroppo non sempre funzionasse e che la gente abbattesse qua e là, perché fischi diventavano simboli di fiaschi, questo lo sappiamo, purtroppo, ma il principio non cambia.

3) Si devono innalzare, oggi, e qui, in uno spazio pubblico, statue a vecchi puzzoni macchiatisi di ignominie, che però si siano distinti, a detta degli estimatori, in qualcosa di buono ed utile? Non parliamo per ora delle dediche toponomastiche, perché stiamo parlando di statue.

Dipende: prima bisogna contare quante sono le statue riservate alla categoria professionale cui apparteneva l’individuo, e se le statue innalzate in uno spazio pubblico, a cura di un ente pubblico, che siano dedicate a rappresentanti recenti della medesima categoria professionale cui apparteneva l’individuo non superano una terna, allora dobbiamo presumere che ci sia stata già parzialità nell’onorare l’individuo di una dedica “cum statua”, e che neppure ci si sia posto il problema di esaminare se l’individuo meritasse dedica “cum statua” non quanto a qualità umane, ma quanto a qualità professionali: dunque ci sarebbe già un vizio d’origine nell’iniziativa dedicatoria.

 

Ci vediamo alla prossima  #unaparolaallavolta

25 aprile 1945-2020

 

Qualche giorno fa, sono stata invitata in Gruppo FB dedicato alla celebrazione del 25 aprile 1945, ma soltanto da poco tempo mi rendo conto di quanto è interessante la maggior parte del materiale che le persone che ne fanno parte vi pubblicano: sono memorie familiari, brevi storie, talvolta accompagnate da fotografie, che raccontano quel che le mie contemporanee ed i miei contemporanei ricordano di aver appreso dalle nonne e dai nonni, oppure dalle madri e dai padri, che in quell’epoca hanno vissuto.

Che siano vive quelle memorie mi colpisce, in un’Italia che da vent’anni, o da un quarto di secolo, o forse poco più, sembra aver accantonato il 25 aprile come festa nazionale, e come una delle due date fondanti della Repubblica italiana: scomparsa la repubblica, e il Parlamento, dei partiti “dell’arco costituzionale”, di quei partiti cioè che avevano fatto la Costituzione della Repubblica italiana, è ormai scomparsa da tempo anche la memoria storica dei fatti che hanno creato quella Repubblica.

Quel che penso ogni volta, però, è che le persone che di quegli eventi sono stati, in misura maggiore o minore, protagonisti e testimoni, proprio quelle persone alla memoria storica di quegli eventi (tenetevi forte) davano un peso relativo.

Mi spiego, a scanso di equivoci: non voglio dire che non raccontassero i fatti passati,  oppure che molte e molti di loro non abbiano lasciato memoria scritta, oppure che non ci tenessero a che la memoria dei fatti non fosse mistificata, ancor prima che cancellata. Tutt’altro, potevano anche raccontare, e farlo più d’una volta, e con dovizia di particolari.  No, non è l’oblìo il senso del peso relativo che quelle donne e quegli uomini davano al loro passato, che per molte e molti di essi era la loro gioventù dei vent’anni.  Quei fatti pesavano, quegli eventi pesavano, e anzi, pesavano molto: potevano essere “i migliori anni della nostra vita che il fascismo e la guerra ci hanno rovinato”; e quel che di romanzesco se ne poteva raccontare non si era certo contenti di averlo vissuto; e quel che si era fatto di buono non era considerato un eroismo, tutt’altro, ma un’opzione imposta dalle circostanze a chi non avrebbe saputo comportarsi altrimenti: per educazione, o per convinzioni, o per sentimenti, tutte premesse che potevano ispirare anche un impulso estemporaneo, non sempre un impegno deliberato.

Ora, però, in tutte queste persone, la caratteristica comune era non tanto quel che avevano fatto, ma quel che avrebbero fatto: gli eventi, e il loro passaggio attraverso gli eventi che avevano portato al 25 aprile, insomma, erano solo una premessa, un prologo, ciò che aveva preparato e reso possibile quel che, da allora in poi, ciascuna e ciascuno di loro avrebbe fatto. Perché era quella la parte più importante di tutta la storia: quel che finalmente avrebbero potuto fare dopo.

Insomma, una o due generazioni proiettate verso un futuro da costruire, non rivolte nostalgicamente verso un passato, che ognuna e ognuno di loro non vedeva l’ora di lasciarsi alle spalle: per respirare in libertà, per cominciare a combattere per le cose in cui credevano, per ricostruire o costruire la propria vita.

È banale dire che, se giriamo lo sguardo torno torno all’orizzonte, quel che vediamo è il dileguarsi della memoria storica, anche quella dei decenni appena trascorsi, e insieme il dileguarsi del futuro immaginato.

Sì è tanto banale, ma è tanto così.

E quindi, che foto vi pubblico per questo 25 aprile? Queste

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Buono della Liberazione v.

Una foto di un documento storico incorniciato da me, ma che mio padre teneva in un portadocumenti sempre con sé: c’erano tessere contemporanee, compresa quella dell’autobus,  foto della moglie, del figlio e della figlia, un taccuino ormai d’antiquariato con i numeri di telefono degli amici degli anni quaranta e cinquanta, compresi quelli che se ne erano già andati prima di lui come il Salinari (sì quello della Storia della Letteratura italiana in tre volumi su cui anch’io avevo studiato, nei mirabili anni settanta) e altre cianfrusaglie storiche. Una di esse era questa qui: il Buono della Liberazione, di Lire Dieci, del Partito d’Azione, che sul verso è datato 5 ottobre 1943, data che significa Roma sotto l’occupazione tedesca. Estraendolo dal portadocumenti/archivio quella sera, del dicembre 2000, il titolare non poté risparmiarsi una delle sue comparazioni storiche rievocative, all’incirca osservando che: “Pensa che per un pezzo di carta come questo, i martiri di Belfiore finirono davanti al plotone d’esecuzione”. Il suo riferimento storico non poteva che essere un evento del Risorgimento italiano, perché, per chi l’aveva vissuta, l’epoca della Resistenza non era un mito fondante, era soltanto un pezzo della propria gioventù.  E importante era quel che sarebbe venuto dopo.

E insomma, molti anni dopo, quando finalmente mi decisi ad andare a via Tasso, dove sta il Museo della Liberazione a Roma, vidi gli altri esemplari di quei “Buoni”, esposti in vetrina, come un cimelio storico.

Buoni della Liberazione

Non ero mai stata prima a via Tasso, i miei genitori non mi ci avrebbero mai fatto mettere piede, perché lo giudicavano un luogo troppo lugubre per una bambina, che loro portavano per siti archeolgici “en plen air”, e forse avevano ragione. Però voi, che siete maggiorenni, andateci, prima o poi, finché ci sarà.

https://www.youtube.com/watch?v=4qcUN7Bxv2E

P.S. il 2 giugno vi parlo di mia madre.

Il pino di via Tigrè riflesso

 

Concorso di cause/ Don’t worry 1°

stivaletti à la Gorgone

Il resoconto che segue è destinato a tutte le persone che mi chiedono:  “Ma il concorso Mibct per 500 ruoli funzionari? Perché non se ne è saputo più niente?”

Per rispondere a queste domande, bisogna fare qualche passo indietro. Ma, nel farli, procediamo in ordine cronologico diretto, dal passato prossimo al presente, cominciando dal Bando del Concorso e dal suo contenuto (http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Comunicati/visualizza_asset.html_1575721874.html)

Il 19 maggio del 2016, il Ministero per i beni ambientali e culturali (nonché del turismo), bandisce una serie di concorsi pubblici, ciascuno dei quali destinato a un singolo profilo professionale nell’ambito delle competenze del Ministero. Per quanto mi riguarda, il bando in questione  era destinato a FUNZIONARI ARCHEOLOGI, e già qui partiamo male, quanto a proprietà della lingua italiana, e a declinazione dei generi grammaticali: sarebbe bastato dire “funzione archeologia”, salvando il criterio del risparmio, senza maltrattare la proprietà di linguaggio (matita blu).

Comunque sia, trattavasi di “concorso pubblico, per titoli ed esami, per il reclutamento di n. 90 (novanta) unità di personale di ruolo, da inquadrare nella III area del personale non dirigenziale, posizione economica F l, del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (di seguito “Ministero”), ai sensi dell’art. l, comma 328 e seguenti, della legge 28 dicembre 2015, n.208, secondo la seguente ripartizione su base regionale dei posti” (segue tabella regionale).

Passiamo subito ai

requisiti per l’ammissione

senza i quali è impossibile partecipare:

I- laurea specialistica, o laurea magistrale, o diplomi di laurea rilasciati ai sensi della legge n. 341 del 1990, in archeologia o titoli equipollenti;

II – diploma di specializzazione, o dottorato di ricerca, o master universitario di secondo livello di durata biennale, in materie attinenti il patrimonio culturale, o titoli equipollenti;

in alternativa:

I – laurea specialistica, o laurea magistrale, o diplomi di laurea rilasciati ai sensi della legge n. 341 del 1990, in materie attinenti il patrimonio culturale;

II – diploma di specializzazione, o dottorato di ricerca, o master  universitario di secondo livello di durata biennale in archeologia o equivalente;

il che significa che bisognava avere:

1)  una Laurea in discipline archeologiche o equivalente, oppure in materie attinenti il patrimonio culturale  (e lasciamo stare, in questa sede,  i diversi ordinamenti che si sono susseguiti nell’università italiana nella configurazione dei corsi di laurea in alcunché, perché purtroppo ormai il danno è fatto);

2) un diploma di Scuola di Specializzazione oppure un diploma di Dottorato, insomma un titolo post Laurea che presuppone un accesso per concorso alla possibilità di conseguirlo, in tre anni (oggi due anni per la Scuola), e con esame finale (Scuola di Specializzazione o Dottorato); ma anche, attenzione, per il Bando, come requisito vale, allo stesso modo, un master universitario, di secondo livello e di durata biennale etc. etc.: titolo onorevole, ma alla possibilità di ottenere il quale non si accede per concorso, come nel caso dei primi due, bensì per iscrizione e pagamento di una o più somme di denaro. E questa è già una prima discriminazione, sul piano dell’equiparazione come requisiti di titoli tra loro difformi.

Ma procediamo, e passiamo al

punteggio attribuito in base al vostro curriculum

anche questa una fase di valutazione preliminare rispetto alle prove di concorso:

Così recita l’Art. 9

Valutazione dei titoli

Il punteggio attribuito ai titoli valutabili, ai fini della stesura della graduatoria finale di merito, non potrà superare il valore massimo complessivo di punti 80 ripartiti tra titoli di servizio (max 30 punti), titoli di studio (max 45 punti), altri titoli (max 5 punti).

La valutazione dei titoli, che devono essere posseduti alla data di scadenza dei termini per la presentazione della domanda di partecipazione al presente bando, è effettuata dopo le prove scritte e prima della correzione degli elaborati, dalla Commissione esaminatrice, che verificherà i titoli che i candidati avranno indicato on-line, esaminando la documentazione fatta pervenire secondo le indicazioni di cui all’art.7, secondo i criteri di seguito indicati:

e per ora fermiamoci ai titoli di studio, per i quali i criteri enunciati sono i seguenti:

  1. a) titoli di studio – fino ad un massimo di 45 (quarantacinque) punti:

– fino a n. 10 (dieci) punti per ogni punto di voto di laurea superiore a 100 su 110 o equivalente;

– fino a n. 20 (venti) punti per il dottorato di ricerca, con riguardo all’attinenza al profilo professionale per il quale si concorre;

– fino a n. 15 (quindici) punti per il diploma di specializzazione, con riguardo all’attinenza al profilo professionale per il quale si concorre;

– fino a n. 10 (dieci) punti per il master universitario di secondo livello di durata biennale, con riguardo all’attinenza al profilo professionale per il quale si concorre;

– fino a n. 8 (otto) punti, per l’eventuale seconda laurea (LS, LM, DL esclusa quindi quella triennale) o per master universitario di secondo livello;

Ciò significa che: se avete preso un bel 101 in sede di Laurea, avrete 10 punti, e se avete preso un bel 110 e lode, invece, avrete 10 punti. C’è qualcosa che non vi torna? Non fa niente, si sa che il voto di Laurea non conta o, meglio, si sapeva allorquando i 110 non si distribuivano “by the sackful” (mi adeguo a un  requisito che vedrete in seguito, e lo scrivo in inglese).                                            Sembra così, vero? Se leggiamo quella sequenza: “fino a 10 punti …; fino 15 punti… ; fino a 20 punti…; rispettivamente per Laurea, Specializzazione, Dottorato. E invece no, contrordine colleghe e colleghi. E perciò apriamo una parentesi critica, suggeritami da una gentile lettrice, la quale osserva che no, per i punti attribuiti al voto di Laurea, l’espressione “fino a 10 punti per i voti da 101 a 110” significa “un punto in più per ogni voto da 101 a 110”. Ma certo! È vero! Come ho fatto a non capirlo! Già, come ho fatto a non capirlo? Forse perché non si capisce, se mettiamo a confronto questa formula con le due successive, che si riferiscono a Specializzazione e Dottorato. Le formule sono identiche, tranne che per il numero di punti, non più 10, ma rispettivamente 15 e 20. Ma sempre “fino a”. Se non ché, il voto  Specializzazione e quello di Dottorato non vanno dichiarati ai concorsi, perché non fanno differenza, al contrario che, in alcuni casi, come questo, il voto di Laurea. E allora, se i punti attribuiti a Specializzazione e Dottorato non potranno che essere sempre gli stessi 15 e 20 rispettivamente, che senso ha la formula “fino a”? Forse quella di fuorviare chi legge con l’espediente del copia e incolla? Espediente succedaneo digitale della ripetizione dell’amanuense. Qui l’interpretazione è libera. E la lascio a filologhe e filologi testuali.             Ma procediamo.

E passiamo al secondo e al terzo titolo: se avete conseguito un Dottorato di ricerca (attinente etc.) avrete 20 punti; però, se avete conseguito un diploma di Specializzazione (attinente etc.), insomma se avete fatto la Scuola di Specializzazione in Archeologia, avrete 15 punti.

E perché? Ad entrambi i corsi post Laurea si entra per concorso, perché, quindi, questa disparità di trattamento? Che a me farebbe comodo, tra parentesi, perché ho conseguito il Dottorato, mentre per una serie di congiunzioni astrali avverse, mi son trovata a dissociarmi dal mio diploma di Specializzazione a due settimane dalla discussione della tesi  (pubblicata qualche anno dopo, con gli opportuni aggiustamenti, potete leggerla on line).  Se disparità dovesse esserci, tra i due titoli, il punteggio superiore spetterebbe al diploma di Specializzazione. Benché in questi ultimissimi tempi la sua durata si sia ridotta a due anni, invece dei tre che abbiamo fatto quasi tutte/i noi. E sapete perché la Specializzazione dovrebbe contare più del Dottorato? Ma perché alle Scuole di Specializzazione in Archeologia (con le varie sedi e i vari indirizzi) si attribuiva appunto il compito di formare le studiose e gli studiosi che, dopo la Laurea in discipline archeologiche, avessero voluto accedere alle Soprintendenze, allora organi della Direzione Generale Antichità e Belle Arti del Ministero della Pubblica Istruzione (http://www.pabaac.beniculturali.it/opencms/opencms/BASAE/sito-BASAE/contenuti/aree/Notizie/Belle-arti/visualizza_asset.html?id=4055&pagename=8793) e in seguito, dal 1975, organi periferici del nuovo Ministero dei Beni Culturali http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/MenuPrincipale/Ministero/index.html. Dunque, il titolo pensato per chi avrebbe svolto il ruolo di tutela del patrimonio archeologico è proprio il diploma di Specializzazione. E non il Dottorato, che dalla sua origine in poi è pensato come prima tappa della ricerca universitaria.

Sul master biennale, si è già detto: per decenza non viene equiparato come punteggio a nessuno dei due titoli precedenti, ma la sua presenza, per i motivi già esposti, è comunque indebita quale requisito per l’ammissione a parità dei primi due. Il master universitario di secondo livello non biennale va invece con la seconda laurea, come punteggio, e lì possiamo lasciarlo.

in progress… coming soon