Galline in fuga e porci in libertà

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1) La specie umana attuale (Homo Sapiens sapiens) è onnivora da un bel po’ di tempo, e questa condizione alimentare è quella attuale della sua evoluzione.

2)  Tutte le altre specia animali, e diciamo, per limitare il campo, quelle dei vertebrati (?) Oppure quelle, tra i vertebrati, dei mammiferi (?). Come preferiamo, comunque, tali specie possono essere erbivore, carnivore, oppure onnivore.

3) Il regime alimentare si modella, per quanto ne sappiamo, sulle esigenze dell’adattamento di ciascuna specie all’ambiente. E in quella particolare manifestazione di adattamento all’ambiente della specie umana che è la cultura, e che sono le diverse culture, sono e sono state rappresentate tutte le opzioni, con prevalenza quasi totale del regime onnivoro, ma in un rapporto diverso tra componente erbivora e carnivora, che risulta dalle singole condizioni ambientali e culturali.

4) In questo panorama, possiamo introdurre un principio etico cui ispirarci, che ci differenzi dalle altre specie più vicine a noi? Certo che possiamo, poiché l’etica, con le varie etiche, è essa stessa un portato della cultura umana, cioè della particolare forma di adattamento della specie umana. In base ai nostri, attuali, principi etici, possiamo dire, pertanto, singolarmente, “io non mangio carne perché etc.”, oppure “io non mangio né carne né prodotti animali perché etc.”.

5)  Questo va benissimo, è molto “normale”, se i parametri alimentari della specie umana sono quelli culturali. E tanto più che ogni modifica dei comportamenti di una specie avviene per innovazioni singole: nasce un individuo con caratteristiche che lo avvantaggeranno nel suo ambiente, e tutti gli individui con le stesse caratteristiche sopravviveranno in maggior numero, fino a diventare la totalità della nuova specie. Ma questi parametri alimentari, ancorché relativi nel tempo,  se possono essere scelti da una persona, non possono essere assolutizzati, e non solo non possono esserlo per specie, cioè di specie in specie, per cui è ovvio che le specie carnivore non possono che essere carnivore, e le specie erbivore non possono che essere erbivore, almeno allo stadio attuale delle rispettive evoluzioni. Quindi, io posso scegliere, per me, un regime alimentare erbivoro, ma non posso pretendere che il mio gatto lo condivida. Non posso pretendere neppure che altri individui della mia specie lo considerino il più desiderabile, oppure il più giusto dal punto di vista etico.

6) Ora però, che accade oggi nei fatti? Accade che la strada che ha preso l’evoluzione culturale della specie umana nell’ambito del regime alimentare ha cambiato improvvisamente lo stato delle cose. Improvvisamente, s’intende, rispetto ai tempi storico culturali e a quelli storico naturali. Come ognun di noi sa, la produzione industriale di cibo ha cambiato tutto:  a) dal punto di vista della dieta; b) dal punto di vista della composizione/qualità intrinseche del cibo; c) dal punto di vista dei sistemi di produzione, che sono la causa di a) e di b).

  In conseguenza di ciò troviamo che: a) nei paesi ricchi, e in parte in quelli meno ricchi, possiamo, anche se non siamo individualmente ricchi, abboffarci di carne, o di prodotti derivati animali, in misura mai sperimentata in precedenza. E qui Paola si chiede: mi serve mangiare carne o derivati della macellazione animale tutti i giorni? No. E infatti non lo faccio, convinta che sarebbe meglio mangiare carne una volta al mese (?), due volte al mese (?) oppure, to’, una volta a settimana (?). Paola lo farebbe, ma quale carne mangerebbe? E qui veniamo al punto b) e cioè alla composizione/qualità intrinseche del cibo di origine animale: un cibo che, se è di produzione “industriale”,  punto c), può  provenire da allevamenti in cui gli animali sono trattati in modalità molto differenti rispetto a quelle degli allevamenti pre-industriali. Modalità che fanno la differenza in due sensi. Nel senso della composizione malsana del cibo animale che ne è il prodotto, ripugnante al senso estetico-alimentare b); e ciò non perché gli animali in allevamento industriale siano vaccinati, aspetto positivo per la loro sopravvivenza (pensiamo al’origine della parola “vaccino”, che ci dice essere  fatto perché le vacche non morissero), ma bensì perché gli animali erbivori possono essere ivi coartati a una dieta carnivora, contraria alla loro natura attuale di specie; e ancora perché gli animali sono coartati in condizioni di vita mostruose e ripugnanti, che implicano conseguenze tanto sulla qualità alimentare, quanto sulle nostre esigenze etiche.

Perché se una lunga storia di addomesticamento (domesticazione) ci ha reso reciprocamente “normale” che la mucca stia nella stalla e poi nel pascolo, che la gallina stia nel pollaio e poi nell’aia, che il porco stia nel porcile e poi nel prato o nel bosco a scofanarsi di ghiande, è certo che le attuali modalità di allevamento industriale ci appaiono mostruose e ripugnanti. E difatti lo sono. Lo sono per un’abitudine culturale (collettiva, dell’umanità, non parlo di singoli individui e culture, e a partire da quella a noi più vicina) che, se poteva tirare il collo alla gallina, a un certo punto della sua vita, lo faceva dopo averla allevata chiamandola una volte al giorno sull’aia per gettarle i chicchi da beccare, e curandosi che alla sera rientrasse nel pollaio per scampare alla volpe o alla faina. Una cultura che se poteva ammazzare un agnello una volta all’anno, per tutto il resto del tempo curava le greggi facendo la loro stessa vita su e giù per le montagne, tosandogli il mantello dopo averle fatte passare nell’acqua del torrente, e mungendole senza togliere alle pecore l’agnello, né alle capre il capretto, né alle mucche il vitello. Anche perché, in caso contrario, né alle pecore, né alle capre, né alle mucche gli sarebbe venuto il latte, né l’agnello, il capretto o il vitello avrebbero potuto sopravvivere senza il latte materno. Al contrario di oggidì che gliene fanno di tutti i colori perché producano latte in assenza della prole sottratta. E anche perché per l’alimentazione umana importante era il latte, non la prole, in un regime alimentare in cui, se andava bene, la carne si mangiava una volta l’anno, se non si era “signori”; ma i signori erano pochi, talmente pochi che non richiedevano l’industrializzazione della produzione di carne. Stessa cosa per il maiale, che si ammazzava una volta l’anno e non se ne buttava niente, e però, di quei porcelli, uno veniva immolato quell’anno, e non era un bello spettacolo, ma gli altri se la scampavano e, soprattutto, anche il morto ammazzato aveva fatto una dignitosa vita da porco fino ad allora.

Dunque, tornando a b) e c) per concluderli, a Paola non ripugna il fatto che un animale ormai reso domestico da una lunghissima storia evolutiva venga ammazzato di quando in quando, e tanto più se Paola considera che oggi il morto ammazzato potrebbe essere dispensato dalle sofferenze della morte. A Paola ripugna b), sia dal punto di vista estetico-alimentare, sia dal punto di vista etico-empatico, che l’animale addomesticato sia allevato in modalità inaccettabili per crudeltà, e insalubrità, e semplice indifferenza alla sua sensibilità (vaccina, suina, gallina etc.)

Queste considerazioni valgono anche per gli animali che vengono allevati per i prodotti che non comportano la loro soppressione: il latte e le uova. Per la lana, la pastorizia industriale mi pare ancora non ci sia, e che le pecore ancora pascolare debbano. Ma nel caso, varrebbero anche per la lana.

E’ facile concludere che se c) fosse diverso, non ci sarebbe il problema b) di Paola: se la produzione di cibo di origine animale non fosse programmata per rimpinzarne una buona fetta della popolazione del globo in tutti i giorni dell’anno, non ci sarebbe neanche bisogno della produzione industriale di cibo animale con i suoi orrori. Se chi vuole mangiare bistecche, prosciutto, uova, tornasse a mangiarne non più tutti i giorni, ma una volta ogni tanto, una volta al mese (?), a settimana (?) , due mesi (?), due settimane (?), un anno (?), non so, i conti niente ci vieta di farli, non ci sarebbe più bisogno degli orrori estetici ed etici degli allevamenti industriali.

Perché non farlo? Anche la vita della specie umana sulla terra e il suo eventuale futuro se ne gioverebbero. Dunque rientriamo nel discorso sull’intelligenza inconsapevole della specie, che in caso di ostinazione sulla strada intrapresa, sta già rischando il corto circuito.

 Per tornare al punto 5) possiamo proporre un regime alimentare collegato a un tipo di allevamento che diventi il più desiderabile e il più giusto sia per ciascun individuo, sia per l’intera specie? Certo che sì. E se l’affermarsi di un regime alimentare onnivoro sostenibile/temperato passa per il diffondersi della dieta vegetariana o vegana, per me, fate pure: alla fine, è la stessa cosa che faccio io nella pratica, quando non compro il prosciutto o il salame, di cui sarei ghiotta, se penso al modo in cui viene prodotto e al modo in cui il porco viene trattato in vita. E che non compro le uova, se non trovo quelle di cui sono certa vengono deposte dalla gallina che fa la stessa vita di quelle a cui davo il granturco da piccola (foto)

Continua su “Domesticazione ed empatia o Palingenesi e antispecismi” (prossimamente)

 

 

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