Matriarcandi, con miti antichi e contemporanei

le due dee avorio XV sec. a.C. Atene Museo Nazionale

19 settembre 2014 alle ore 14:54

Più di una volta mi è stato chiesto che cosa ne penso della teoria “del matriarcato”, ed è bene precisare che la domanda mi è stata rivolta da persone che di mestiere non si occupano di storia dell’antichità e preistoria. Pubblico qui, pertanto, una risposta sintetica, che ho distinto in alcuni punti: ineludibili per chi vuole approcciare la questione, e i quali, come si può immaginare, sono il traguardo cui sono arrivata in qualche decennio. Ho letto risposte sintetiche migliori da parte di colleghe archeologhe, ma questa è la mia personale.

  Punto 1: decidete se, per voi, l’idea che, in qualche più o meno lunga fase della preistoria di tutte le culture umane, sia esistito il matriarcato è un’idea irrinunciabile; nel senso che dovete decidere se tale convinzione aprioristica vi è indispensabile per sostenere che il patriarcato non è eterno, non è immutabile, non è insuperabile, e non fa parte di un “ordine naturale” delle cose.

Se per lavorare all’abbattimento del patriarcato avete bisogno di credere che in tutte, proprio tutte, le culture umane sia esistito, almeno in preistoria, il matriarcato, allora fate a meno di interrogare le storiche e le archeologhe, nonché le storiche delle religioni e le antropologhe.

  Punto 2: la teoria del matriarcato è nata con Bachöfen, un pensatore maschio europeo del XIX secolo, che usava strumenti di lettura del passato che oggi, e da tempo, sono del tutto superati e inservibili, dato che le scienze, e anche le scienze umane, hanno un percorso, un percorso che attiene alla definizione degli strumenti di metodo, oltre che all’accumulo di informazioni.

 Non solo, nella ricostruzione di Bachöfen, il matriarcato preistorico era una fase dello sviluppo culturale umano che rappresentava un gradino, cui sarebbe seguita un’altra fase, che rappresentava il gradino successivo: Bachöfen era un positivista, e il suo matriarcato non era un “meglio” rispetto a un “peggio” rappresentato dal patriarcato; al contrario, il matriarcato era un assetto primitivo, destinato ad essere superato dal più evoluto patriarcato. In conclusione: è davvero meraviglioso che donne che si considerano femministe siano ancora disposte ad ispirarsi ad un maschilista del XIX secolo (non è una critica, è la manifestazione di un mio stato d’animo).

Punto 3: trattamento del mito. Chi di noi non ricorda la teoria ottocentesca secondo cui il mito dell’uccisione di Clitennestra ad opera del figlio Oreste e della figlia Elettra, allo scopo di vendicare il padre Agamennone, rappresenterebbe il passaggio dal matriarcato al patriarcato? Di certo ricordiamo come lo stesso mito sia stato utilizzato dalla scuola freudiana quale documento culturale di sostegno all’ipotesi psicoanalitica del “complesso di Edipo” (beh, in questo caso di Elettra, mentre Oreste è il rovesciamento di Edipo),  facendo del mito un uso funzionale alla dimostrazione di ipotesi che erano magari in sé corrette, le quali, però, non avrebbero avuto bisogno di un uso improprio del mito stesso per essere sostenute. Nel senso che, oggi, chi studia storia delle religioni non sa che farsene dell’interpretazione psicoanalitica del mito, perché sa tante cose in più: sa, per es., che il mito bell’e pronto non esiste, che i miti sono fatti a strati, e che ogni strato corrisponde alla funzione che in un determinato momento è stata assegnata al mito stesso.

 Il mito nasce in qualche occasione per qualche scopo, e poi se ne aggiungono pezzi, se ne tolgono altri, si modifica, si rielabora, allo scopo di fargli significare quel che ci fa più comodo. Così era per gli antichi e così è, evidentemente, ancora per noi. E l’opposizione nietzchana Apollo/Dioniso ha fatto il suo tempo da parecchi decenni, per dire, già da quando io facevo il liceo, figuriamoci quindi l’Edipo di Freud, senza nulla togliere alla psicoanalisi freudiana. Questo per metterci sull’avviso, ogni volta che vogliamo dedurre da una nostra interpretazione del mito quel che ci fa più comodo, quando invece la domanda giusta sarebbe: che cosa volevano dire le persone che, in quell’occasione, hanno usato questo mito in questa versione?

Punto 4: l’Età dell’Oro. Tornando al punto 2, mi sono sempre chiesta che cosa spinge tante donne e femministe contemporanee in sé consapevoli ad abbracciare la teoria di un uomo positivista e maschilista del XIX secolo, che cosa le motiva a fraintenderne le esigenze di partenza, con il ribaltarne il movimento che l’autore assegnava alla teoria da lui stesso formulata, dal meno al più, dal gradino inferiore al gradino superiore, dal primitivo all’evoluto, per trasformarla nel racconto del passaggio da un universo migliore ad un mondo peggiore, da un universo in cui il potere materno assicurava tutte le più belle cose, al mondo in cui il potere paterno avrebbe garantito tutto il peggio che sappiamo.

Mi sembra plausibile che dietro a questa esigenza ci sia l’intramontabile aspirazione all’età dell’oro, proprio la stessa prospettiva interpretativa della realtà che sta dietro a quel che ci è arrivato con Esiodo, oppure con il mito cosmogonico del Giardino dell’ Eden nel Genesi.

Prima era tutto bello, si stava tanto bene, poi è accaduto qualcosa che ha messo in crisi questa bellezza e bontà, e ha fatto precipitare l’umanità in un mondo brutto e cattivo. Ora, in alcuni sistemi di pensiero, che questa dinamica si sia realmente verificata è indispensabile per sostenere che sia possibile il processo inverso; ovvero, un processo che non solo permetterà il ripristino dell’Età dell’Oro/Eden, ma che, anzi, permetterà di accedere a un livello superiore nell’assetto della realtà umana e universale: redeunt Saturnia regna (Virgilio, Ecloga IV, che saranno meglio degli originali); e così la ricapitolazione universale di Ireneo di Smirne (II secolo d.C.) non solo ripristinerà l’Eden, ma ci farà accedere ad un livello ancor più beato; e non solo, tutto ciò poteva essere addebitato alla felix culpa di Eva (Ambrogio di Milano IV-V sec. d.C.), cui si deve l’avvio di questo processo nell’Eden, “svoltato” poi da Maria di Nazareth. Come vediamo, di queste visioni escatologiche ne abbiamo a iosa, e ci abbiamo pure la versione “filogina”, o per lo meno non-misogina, in contrasto con quella misogina (Pandora) ripetuta già da Esiodo nel VII secolo a.C. e poi divulgata a manetta da tutto il pensiero cristiano tardo antico e medievale.

 Quel che non capisco è quale bisogno possiamo avere noi, donne del XX-XXI secolo, del mito dell’ Età dell’ Oro. Ne propongo però una spiegazione: forse ci sentiamo garantite, nel senso che, se una cosa è stata, in un tempo più o meno lontano, allora  la stessa cosa potrà tornare ad essere.

 E anzi, la stessa cosa potrà tornare ad essere in una versione ancora meglio, proprio come nei miti dell’Eden e dell’Età dell’Oro. Insomma, a me che sono una storica, e che vede il succedersi delle vicende umane senza necessità di rintracciarvi una dinamica dal meglio al peggio, o dal peggio al meglio, ma che vuole soltanto comprenderne consistenza, cause ed effetti, queste esigenze ideologiche non possono che essere del tutto estranee.

 Da storica, non ho bisogno di credere all’Eden, o all’Età dell’Oro, per essere convinta che il patriarcato non è “nell’ordine naturale delle cose”, non è eterno, non è immutabile, non è insuperabile, non è inabbattibile. E di solito chi, come me, fa questo discorso cita come esempio di istituzione che poteva credersi “eterna” e “ineliminabile” quello della schiavitù, dato che l’istituzione della schiavitù, nelle più differenti versioni, è esistita da tempi antichissimi e, per quanto ne possiamo inferire dai dati archeologici, a partire dalle prime forme di organizzazione proto-urbana nell’area del Mediterraneo e del Vicino Oriente, cioè dai tempi precedenti l’invenzione delle scritture, all’inizio del III millennio a.C. Mettiamoci pure, ovviamente, che le forme di schiavitù sono documentate nelle società non letterate molto più vicine a noi.

 Eppure, tra XVIII e XIX secolo, la cultura Europea ha deciso che la schiavitù non andava bene, e questo a prescindere dalla cause strutturali socio-economiche, relative  esigenze imposte dai nuovi modi di produzione, che avevano concorso all’affermazione di questa nuova idea in quanto organica a una nuova necessità strutturale. In questa sede, guardiamo solo al risultato, che era il seguente: fino ad oggi la schiavitù poteva esistere, d’ora in poi non deve più esistere.

 Ed è grazie a questo principio che, oggi, possiamo combattere le nuove forme di schiavitù. Senza appellarci all’Età dell’Oro, né al Buon Selvaggio di Rousseau.

 Tutto ciò per dire che le donne (e qualche uomo) che oggi studiano l’antichità, storica o preistorica, non cercano il “matriarcato”, ma cercano le tracce delle donne nella storia, a partire da una diversa prospettiva da quella usata fino a qualche tempo fa  dagli storici (uomini) e la nuova prospettiva è una “prospettiva di genere”, una prospettiva, cioè, che ci permette di vedere ciò che sarebbe stato già visibile, ma che finora non lo era perché lo sguardo di chi cercava non ne era interessato.

Demetra, Kore e Trittolemo Eleusi, V secolo a.C.

Bibliografiagile

 Come esempio anche se  un po’ vecchiotto, di approccio alla storia antica dalla parte delle donne suggerirei: Sarah B. Pomeroy, Goddesses, Whores, Wives and Slaves: Womenin Classical Antiquity, N.Y. 1975, ed. italiana Donne in Atene e Roma, Torino 1978.

Come esempio di studiosa italiana (storica del diritto) che si è dedicata anche alla divulgazione scientifica in tema di prospettiva di genere: Eva Cantarella, a partire da

L’ambiguo malanno. Condizione e immagine della donna nell’antichità greca e romanaRoma1981(riedito economici Feltrinelli).

Tacita Muta: la donna nella città anticaRoma1985

Secondo natura. La bisessualità nel mondo anticoRoma1988.

Passato prossimo. Donne romane da Tacita aSulpiciaMilano1996.

Itaca. Eroi, donne, potere tra vendetta e diritto, Milano 2004

L’amore è un dioMilano2007.

 Tutte queste pubblicazioni hanno un’ampia bibliografia, in appendice o in nota, che permette di risalire alle pubblicazioni specialistiche.

 In molte di esse, inoltre, si fa riferimento alle teorie del matriarcato e ai contributi relativi, sia nella discussione nel testo, che in nota, come sopra.

 Per quanto riguarda il panorama italiano, sia per l’archeologia che per la storia antica siamo comunque piuttosto indietro dal punto di vista collettivo: un altro nome è la nostra Cenerini (è un’epigrafista), che ha scritto anche qualcosa con impostazione divulgativa.

 Per il resto, il panorama è un po’ desolante: da una parte perché talvolta si fraintende la “prospettiva di genere” con lo studio di temi che si presume interessino solo le donne, mentre la prospettiva di genere è un metodo per inquadrare la storia, dell’antichità, nel caso.

Archeologia di genere: da poco tempo praticata nell’archeologia italiana, in Italia un primo momento di confronto degli studi sul Mediterraneo antico c’è stato nell’anno 2012, con il Convegno Investigating Gender in Maditerranean Archaeology (31 maggio-1 giugno 2012 Istituto Archeologico Olandese di Roma) “dove metodi e approcci di ogni singola ricerca sono confluiti nell’intento di avvicinarsi, a partire dalle diverse istanze, alla definizione di tematiche teoriche generali attinenti al ‘genere’: la rappresentazione, l’identità, il potere” (mi auto-cito).

Si può vedere il call for papers:

http://eugesta.recherche.univ-lille3.fr/PDF/Call_for_Papers_Gender_conference_-_convegno_genere.pdf

e qui, il link dell’Istituto Olandese a Roma: http://www.officinarcheologica.it/746-investigating-gender-in-mediterranean-archaeology/

questo sempre per dare un’idea: io sono stata all’ultima giornata e, insomma, meglio che niente.

Avvertenza importante: per quanto riguarda la preistoria, dove non possiamo appellarci alle fonti scritte, l’archeologia resta la ricostruzione del passato attraverso l’interpretazione dei resti materiali e, quindi, è evidente che, se in età storica la componente argomentativa di un’ipotesi archeologica è elevata, per i contesti preistorici rischia di partire per la tangente. Ma apposta ci sono i metodi.

 Per dare un’dea dello stato della questione riguardo la cd. Dea Madre (come se ce ne fosse una!) nel Mediterraneo orientale nel corso del millennio centrale della nostra età del Bronzo (segnatamente nell’Egeo) restano tuttora esemplari gli Atti di un Convegno tenutosi nel 2000: Potnia. Deities andReligion in the aegean Broze Age. Proceedings of the 8th International Aegean Conference, Göteborg, Göteborg University, 12-15 April 2000 (ed. R.Laffineur, R. Hägg) –  “Aegaeum22”,  “Annales d’archéologie égéenne de l’Université de Liège et UT – PASP”, Liège – Austin (Tex.)2001, attuale nella messa a punto, ricchissimo di riferimenti bibliografici, e molto utile per farsi un’idea di come procede la ricerca archeologica su un tema sfuggente come quello dei culti, per es.

Poi, per finire in bellezza, Paola Mazzei da

https://www.academia.edu/1770360/_Iuno_Moneta-Tarpea_in_Rivista_di_Cultura_Classica_e_Medievale_XLVII_2005_pp._23-79  (se lo scarichi si mette per il verso giusto)e

https://www.academia.edu/1770362/_Alla_ricerca_di_Carmenta_vaticini_scrittura_e_votivi_in_Bullettino_della_Commissione_Archeologica_Comunale_di_Roma_CVI_2005_2006_pp._61-81

 Per la paleoantropologia, di cui sono ignorante ma in cui ho cercato di aggiornarmi,  la nota fb https://www.facebook.com/notes/paola-mazzei/madri-utensili-ed-evoluzione-umana-on-becoming-human/442850212399859

e questo per dire che se vogliamo trovare il bivio in cui le donne sono state estromesse dai poteri sociali, dobbiamo risalire molto indietro, molto più indietro di ciò che è documentabile archeologicamente. Più interessante, invece, farsi domande sul ruolo delle donne in (alcune?) società già protostoriche (diciamo che è la preistoria più vicina alla storia, quella del’età del bronzo) e su quanto, in questo senso, e solo in questo senso, i miti e i riti di epoca storica potrebbero indiziare rispetto ai diversi status forse ricoperti dalle stesse donne in diverse fasce d’età: condizioni che poi si sarebbero dissolte, con lo sviluppo delle società in altri sensi, ma che potrebbero aver lasciato  una traccia mitica (cioè nei miti) e cultuale (cioè nei culti): https://www.facebook.com/notes/paola-mazzei/supplemento-a-e-deduzioni-da-madri-utensili-ed-evoluzione-umana-on-becoming-huma/476922788992601

Aggiungete se volete,

paolamazzei

Aggiunge l’autrice: http://www.treccani.it/enciclopedia/matriarcato_(Enciclopedia-delle-scienze-sociali)/  è una voce dell’Enciclopedia Treccani che non conoscevo, che scopro ora, e che ritengo molto ben fatta. L’ha scritta una grande storica delle donne che è anche una grande divulgatrice, qualità che si apprezza in questa “voce”. Eva Cantarella non è archeologa, ed essendo una studiosa consapevole di ciò che spetta alle diverse discipline che concorrono alla ricostruzione dell’antichità, non si occupa di aspetti archeologici, cioè di quegli aspetti attinenti all’interpretazione dei dati della cultura materiale. Un’archeologa ci avrebbe messo il carico. E’ stato già fatto, ma non in ambito divulgativo.

Chiudo tornando alla prospettiva di genere nella storia che, a mio avviso, è quella che può dirci qualcosa di utile.

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