Perché le professioni non piacciono più tanto al liberismo? Un’ipotesi, r.s.v.p.

Maggie Taylor, The burden of dreams12 aprile 2014 alle ore 2:01

Sulla scia della nota di https://www.facebook.com/notes/metarc-metodologia-della-ricerca-archeologica-universit%C3%A0-del-salento/lamico-di-nonna-speranza/10152417682685628  mi sono decisa a pubblicare questa:

R.S.V.P. mica dovete essere d’accordo!!!

 

Da qualche anno, ognun di noi sa che l’incontrovertibile tendenza della civiltà, con le magnifiche sorti e progressive dell’occasione, si muove nel senso dell’abolizione degli ordini professionali, cioè nel senso dell’abolizione degli albi delle professioni e, quindi, ineludibile corollario, nel senso dell’abolizione dei relativi tariffari.

 Bello, buono, bene: liberiamoci di questi fastidiosi vincoli ereditati dal medioevo, ereditati dal’epoca in cui le arti e i mestieri, con tutti i loro aderenti, difendevano sé stesse dai soprusi dei potenti titolati, chiunque essi fossero; vincoli detestabili ereditati dall’epoca vetusta in cui gli esponenti delle nuove classi della bassa e alta borghesia cittadina si facevano scudo della propria capacità di raccogliersi in associazioni, il cui scopo era tutelare i sarti, i fabbri, i fornai, i calzolai, gli speziali e i medici, i capimastri e gli architetti, e via via, salendo nel prestigio e nel potere delle classi sociali, i notai e i giudici, i banchieri, i mercanti.

  Le corporazioni e i lori poteri, attraversata l’epoca degli stati assoluti, non sono state spazzate via dalla rivoluzione industriale e dalle nuove esigenze del liberismo in economia, e del liberalismo in politica? Ma certo che sì. Che poteva farsene il libero mercato delle costrizioni imposte dal corporativismo della società mercantile del medioevo? Quale maggiore ostacolo alla libera concorrenza di quello costituito dagli ordini professionali, dagli albi, dai tariffari, tutti eredi delle corporazioni medievali? Un anacronismo inammissibile. Appunto. Davvero.

E’ davvero strano, dunque, ciò considerato, che gli ordini professionali, gli albi, i tariffari, non siano stati spazzati via tutti quanti, in un sol colpo, con la rivoluzione francese, con i codici napoleonici, con le rivoluzioni liberali europee, che accompagnavano l’imporsi del capitalismo industriale e dell’economia liberista.

Già, ma perché? Perché per alcune categorie, per alcune professioni, questi istituti attardati e anacronistici sono rimasti istitutuzioni valide, e funzionanti, e riconosciute, fino a ieri? Già, perché? Non è un controsenso? Inspiegabile. O forse non è affatto inspiegabile,ma è del tutto coerente con la posizione, egemonica di classe, propria di tutte quelle professioni che continuarono ad autotutelarsi? Essì, perché, appena ci pensiamo, vediamo che l’avvocato, il notaio, l’ingegnere, l’architetto, il medico, tutti costoro appartenevano a quelle stesse classi sociali che fornivano i capitani d’industria, i banchieri, insomma le classi dirigenti dell’economia capitalista e liberista.

E appartenevano alle stesse famiglie, quando una stessa persona non impersonava allo stesso tempo i due ruoli: professionista e imprenditore, oppure professionista e banchiere, per es. Quindi, come potevano costoro non tutelare, ragionevolmente,  i loro stessi interessi anche sotto l’aspetto della tutela dei rispettivi ruoli professionali? E perché, quindi, le cose sono oggi così cambiate sotto l’aspetto ideologico? E’ davvero questa, dell’abolizione dei “privilegi” degli ordini, un’applicazione della tendenza a portare alle estreme conseguenze i principi del liberismo in economia? Oppure, c’è qualcos’altro?

Mi permetto di suggerire l’ipotesi che, in  effetti, qualcos’altro ci sia. Dalla fine della seconda guerra mondiale, e più negli anni sessanta e settanta, la scolarizzazione secondaria di massa e l’accesso agli studi universitari da parte di classi sociali che fino ad allora non vi  potevano avere adito, se non in minima percentule, ha creato il fenomeno delle lauree professionali di massa: medici, avvocati, ingegneri, etc. etc., ora non provenivano più dalla classi sociali elevate, quelle stesse che detenevano, putacaso, le leve dei poteri dell’imprenditoria e della finanza.

Sì lo sappiamo, è banale, ma giova ripeterlo: forse la maggior parte, o comunque una percentuale assai consistente, di coloro che erano divenuti/e titolate/i a svolgere una professione, proveniva dalla piccola borghesia e/o dal proletariato: ma, fino a un certo punto, questa nuova fornitura di professionismo non sembrava un’eccedenza. Poi, a un certo punto, la stessa abbondanza ha cominciato a diventare un’eccedenza, o forse ad essere presentata come tale: e guarda caso, proprio nello stesso momento, appare sulla scena l’imprescindibile necessità di abbattere i privilegi delle professioni. Il che significa, in pratica, imporre di rinunciare a qualsiasi garanzia  derivante dalle proprie qualifiche, a chi non possiede altro tipo di garanzia.

Sarà un caso, insomma, che il depotenziamento di quelle che erano state le professioni delle classi dirigenti coincida con il momento in cui i ruoli di queste professioni si sono riempiti di persone che a queste classi non appartengono? Sarà un caso che l’abbattimento di quelle che, buone o cattive, erano state le garanzie di chi esercitava una professione, coincida con il momento in cui si è verificato, dal punto di vista della composizione socio-economica, la proletarizzazione delle professioni?

Sarà un caso, certo, ma con l’abbattimento delle garanzie che discendevano dalle professioni, la loro proletarizzazione è compiuta e perfezionata. Da professione a prestazione d’opera a giornata, o a termine, ma senza le garanzie passate, ora divenute “privilegi” da rigettare: condizione ben nota, non soltanto a chi fa archeologia.

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