Una modesta sintesi storica

 

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Ho messo questa immagine in bianco e nero che fa tanto “vintage”

Più di due secoli fa, la rivoluzione industriale aveva portato con sé le idee liberali, il liberismo in economia e il liberalismo in politica. E queste idee si condensavano nei concetti di “libertà” e di “eguaglianza”.

 Certo, la libertà e l’eguaglianza potevano essere intese in modo più o meno estensivo, o restrittivo, e insomma funzionale agli interessi delle classi che agivano la rivoluzione industriale.

 Però, sono stati quegli stessi concetti ad essere utilizzati dalle classi subordinate, e prima di tutto da quella nuova classe creata dalla rivoluzione industriale e cioè il proletariato industriale, allo scopo di rivendicare la loro propria libertà ed eguaglianza.

   E dunque, anche la lunghe e difficili lotte dei movimenti operai, nei paesi industrializzati, poterono usare quelle stesse parole e quelle stesse idee con le quali i “padroni” avevano preso il potere politico.

  Anche il movimento delle donne ha utilizzato quelle idee, affermando per la prima volta il diritto alla libertà e all’eguaglianza giuridica delle donne rispetto ai loro padroni.

  Non era un caso che l’altra parola, usata sia dal movimento operaio che dal femminismo, fosse “emancipazione”, prestito dal vocabolario latino, dove indicava il passaggio dello schiavo o della schiava dalla condizione di servitù alla condizione di libertà.

  Tutta la storia del mondo creato dalla rivoluzione industriale, il capitalismo moderno come realtà e il socialismo come progetto, si muovevano dentro quelle parole. E dentro la loro interpretazione.

  Compreso il cosidetto socialismo reale.

  Senonché, si dà un nuovo scenario: dove non solo è scomparso il cosiddetto socialismo reale e, con esso, la voglia di pensare al socialismo come progetto. Ma insieme, si sono affacciati come protagonisti sulla scena del capitalismo industriale nuovi soggetti geografici, nuovi paesi. Soggetti che, per esperienza storica, con la libertà e con l’eguaglianza moderne avevano avuto a che fare come idee di importazione, almeno sul piano istituzionale delle forme politiche e giuridiche.

[Non sul piano teorico, non intendo entrare nel campo del pensiero universale: a me pare ovvio, anche se ad altri no, che libertà ed eguaglianza sono aspirazioni basilari della persona umana, piuttosto percepite ovunque].

 E in questi paesi, molto più spesso, chi deteneva i poteri non ci aveva proprio voluto avere a che fare, con “libertà” ed “eguaglianza”, né era stato mai costretto a volerci avere a che fare da qualche causa endogena efficace e permanente. Anche laddove l’esperimento era stato tentato nelle due forme note, gemmate dalla rivoluzione industriale, quella del liberismo/liberalismo e quella del socialismo.   Basti pensare alle forme di schiavitù attuali, nello sfruttamento del lavoro, o alla condizione riservata alle donne qui e là, anche sul piano giuridico.

 Insomma, ora lo dico meglio: ci sono paesi in cui la rivoluzione industriale, e il capitalismo moderno, hanno potuto disporre del liberismo in economia senza passare attraverso il liberalismo in politica. Saltando quel passaggio politico che era stato indispensabile alla borghesia capitalistica e industriale d’Europa e dintorni per ottenere anche il liberismo in economia. E sono certa che non c’è bisogno di nominare esempi, perché vi vengongono subito in mente.

  E perciò, che ci volete fare, signori miei e signore mie, c’è la concorrenza con questi nuovi soggetti mondiali, che non sono più in condizioni di minorità nel potere economico, come uno o due secoli fa,  e bisogna adattarsi per non soccombere alla concorrenza. E i capitalisti nostrani ed esotici si adattano benissimo, su tutti i piani, da quello dell’organizzazione del lavoro, a quello delle leggi.

  In fondo quando imparai che il diritto è la prima sovrastruttura, non imparai una cosa sbagliata.

  E vorrà dire perciò che di queste idee obsolete ci dovremo sbarazzare. Rottamiamole, dài. Ché il liberismo in economia possiamo tenercelo. Sul liberalismo in politica invece non è detto. I nostri concorrenti ne fanno a meno, perciò, adeguiamoci. E tanto meno certa è l’utilità della sua forma democratica. O niente meno che social democratica. Vorrà dire che della libertà e dell’eguaglianza, a questo giro, potremo farne a meno. Andrà di moda qualcos’altro. Tanto la libertà dal bisogno la compriamo al centro commerciale. No?

  Aspettiamo, e ne vedremo ancora delle belle. Tanto mi pare che la direzione presa ci sfugge. Per lo più.

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